LEON MARCHI

ROMANZI

Leon Marchi Poeta Scrittore

Gli scritti offerti sono intenzionalmente impaginati per una lettura da pc o tablet.

In tal modo, il lettore potrà incontrarsi “da vicino” con Leon Marchi. 

Periodicamente saranno inseriti altri scritti. Ultimo aggiornamento: 3 agosto 2020.

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In tal modo, il lettore potrà incontrarsi “da vicino” con Leon Marchi. 

Leon Marchi offre al lettore opere di poesiateatro.

Da: “Quasi un Decamerone”

100 racconti

Corna di capra

A quei tempi le bestie venivano uccise nell’ammazzatora,
locale non intonacato, dove, le prime cose a balzare agli
occhi, erano i ganci pendenti dal soffitto, e, vicino ad essi,
le cannelle dell’acqua, i budelli. Guardando attorno, oltre a
due tavolacci di quercia, completavano la macabra

scenografia una rastrelliera, con coltelli di varie misure, e, sparsi
sulla terra nuda, alcuni recipienti. Dopo l’uccisione, cani e
gatti si lanciavano, per appropriarsi di qualche capoccia o
delle budella, dette mazze; i topi comparivano

e scomparivano in un batter di ciglia, portando via quel che a loro
capitava a tiro.
Non abitavano lontano dall’ammazzatora Luca Caponi,
appuntato dei carabinieri in pensione, e Aldo Desiderato,
muratore, padre di quattro figli, dei quali il maschio, Enzo,
di undici anni, era capo riconosciuto di un gruppetto di
ragazzi più piccoli.
Per andare alla casa vecchia, dovevano scegliere:
allungare o prendere la strada più corta. Enzo, Peppino e
Cherubino, proprio perché pericolosa, optavano per la
scorciatoia che li portava alla scalinata terminante davanti
al portone di Caponi, dove, indirizzate a tutta voce le
corna all’ignaro proprietario, di corsa, vociando,
percorrevano i pochi metri che li separavano dal loro
rifugio.
Il beffeggiato usciva in tempo in tempo per acciuffare
con lo sguardo l’ultimo delinquentello, nel momento che
entrava nel covo. Là si riunivano, e lui, frenato dalla
moglie, ogni volta ingoiava amaro, e perdonava, perché
erano bambini. Se fosse stato libero di decidere, sarebbe
andato dritto da Malizia, il temutissimo appuntato dei
carabinieri, con il quale nessuno provava a fare il furbo:
quello, essendo proibito giocare a carte e disturbare, li
avrebbe presi per gli orecchi a uno a uno, e, non potendoli
incarcerare, in quanto minorenni, a calcioni li avrebbe
consegnati ai genitori, per un’altra dose di pedate nel
sedere. Un paio di corna rintorcinate di capra,
inaspettatamente, vennero in suo aiuto.
continua

Data la vicinanza con l’ammazzatora, non era difficile
imbattersi in corna di montone e capra. E un giorno il caso
volle che, mentre i delinquentelli scendevano in punta di
piedi la scalinata facendo gli scemi più del solito, Peppino
inciampò in un paio di corna rintorcinate di capra. Non ci
pensò due volte: le prese e le infilò nel battocchio della
porta di casa dell’appuntato dei carabinieri in pensione.

Il quale, stando vicino alla porta, subito uscì, e le corna
gli caddero sulle scarpe: offeso e indignato, essendo la
sua casa onorata, andò su tutte le furie e, dirigendosi
verso la casa vecchia, desideroso di afferrarne uno e di
tirargli gli orecchi fino a farlo strillare, gridò alla moglie:
«Piglia la pistola!».
Enzo, sentendo nominare la pistola, salì di sopra con la
scala a zippi, a pioli. Gli andò dietro Peppino, svelto
come uno scoiattolo, mentre Cherubino, rimasto giù
(perché Enzo, per paura di Luca Caponi, aveva tirata su
la scala), si era appiattito dietro la porta, con l’intenzione
di percepire l’arrivo dell’appuntato dei carabinieri in
pensione. Il quale, per disgrazia dell’incauto ragazzo,
abbassò la maniglia di alluminio, e aprì la porta con
violenza, provocandogli un bernoccolo sulla fronte; ma,
per fortuna del poveretto, non vi guardò dietro, limitandosi
a lanciare un’occhiata all’interno e mormorando tra sé:
«Dov’è andato?», non vedendovi anima viva: se avesse
guardato con attenzione, vi avrebbe trovata, piegata in
due, un’anima mezzo tramortita dalla botta ricevuta.
Sopra, Enzo, belva in gabbia, andava su e giù a piccoli
passi, badando a non fare rumore sul pavimento di tavole.
Peppino a stento tratteneva il riso, pur tenendo gli orecchi

tesi. «Se n’è andato,» concluse, dopo un po’.
Enzo, tenendo anche lui gli orecchi tesi, guardando
fuori dalla finestra senza vetri, disse: «Vengono… Gli
faccio segno di andare via».
«Hanno allungato, affari loro: Caponi gli corre dietro, e
così noi ce la filiamo».
«Morte loro, vita nostra!».
Albino, Ivo e Siro, giunti davanti alla casa vecchia,
vedendo la porta aperta sotto, constatato che tutto era
calmo e tranquillo attorno, vi entrarono, e trovarono
Cherubino, pallido, con la mano sulla fronte. Informati
sull’accaduto, giù a sfotterlo, e a ridergli in faccia, senza
pietà.
Sopra, ognuno con i propri orecchi, senza guardarsi,
cercavano di captare e codificare tutti i rumori che
arrivavano.

Il commento di Enzo, condensato in quel battere l’indice
sulla fronte, tradotto in parole, voleva significare: erano
proprio scemi, quelli là sotto, a ridere e scherzare, col
generale (così avevano soprannominato l’appuntato dei
carabinieri in pensione) armato di pistola! Ma, oltre a
quelle risate idiote, non avvertendo altro, rincuorato, si
sporse e, gettato lo sguardo verso l’abitazione del
sunnominato, tornato dentro buono buono, li chiamò con
un fischio, e imposto loro il silenzio con un “ssst!”, calò la
scala, e attese che salissero, prima di ritirarla su.
«E quello?» domandò Enzo ad Albino.
Albino, più piccolo di lui di un mese, rispose, senza
timore: «C’è venuto da solo».
«Insieme a voi!».
«Se ti becca tuo padre…» disse Peppino, rivolto a Ivo,
di cinque anni.
«Non mi becca: è fuori per lavoro».
«Se ti becca…» lo punzecchiò Peppino, ridendo, al
pensiero di quanto avvenuto il giovedì della settimana
prima. Il ragazzino, figlio di Armando Fumi, impiegato
comunale, persona pacifica, che non si arrabbiava mai,
voleva entrare per forza. Alla fine, dopo tanto insistere,
Enzo gli disse: «Vabbè, te faccio entra’; però, tu devi sta’
dietro la porta e, quando busseno, tu, prima d’apri’, devi
chiede il nome». L’unico che venne a bussare verso
mezzanotte, fu proprio il padre. Al quale Ivo chiese: «Il
nome… Chi sei?… il nome». Dall’altra parte il padre, che
lo aveva cercato tanto: «Mo ti gl’ho dongo io o nome!»,
che, tradotto, significa: «Adesso te lo do io il nome!». Le
quali parole, dato il tono con cui erano state dette,
sottintendevano queste altre: «Apri, e subito!». E infatti
Ivo gli aprì; ma non subito, poiché Enzo gli fece cenno di
aspettare: il tempo di raccogliere le carte e di infilarsele
nella tasca di dietro. «A casa!» disse Armando Fumi,
prendendo il figlio per mano.
“Baciato dalla fortuna,” pensò Enzo: “al posto suo, dal
padre, come minimo, ci avrebbe rimediato un bel paio di
calci sul culo”.
Si poteva iniziare a giocare: a tressette; poi, se non
finivano tardi, ci sarebbe scappata pure una briscola. E 

iniziarono, ignari di ciò che il generale aveva architettato,
per ripagarsi dei bocconi amari mandati giù a causa loro.
Anziché scendere giù, dove c’erano tavolo e sgabelli,
restarono su (perché lì si sentivano al sicuro), giocando a
gambe incrociate, con le natiche sulle tavole. E,
mancando all’appello Gigi, poiché si giocava a coppia che
perde esce, fu ingaggiato Ivo, affibbiato a Cherubino; il
quale masticò male, ma si ricredette presto, perché,
grazie a lui, vinse tutte le partite, mandando fuori le
coppie Enzo-Peppino e Albino-Siro, costrette alla fine a
cacciare ognuna due sigarette.
I vincitori, con fierezza, ne accesero una a testa; ma la
sorte aveva deciso che Ivo non avrebbe iniziato quella
sera a fumare. Un rumore. Tutti e sei, con gli orecchi tesi,
all’erta.
Enzo, umettati il pollice e l’indice, spense la candela,
ordinando, con un “ssst!”, di non fiatare; poi, leggero
come una piuma, si mosse verso la finestra senza vetri,
alle spalle della casa vecchia, da dove era venuto il
rumore: nessuno. Il rumore adesso veniva dalla parte
davanti: anche lì, nessuno. Era il generale, venuto a
controllare se ancora erano lì? Sì, era lui. Dovevano filare,
al più presto: tutti insieme, prendendo la via più lunga,
perché era da scemi passare davanti a casa sua, dove di
certo stava ad aspettarli.
A un cenno del capo, Peppino calò la scala a zippi
davanti alla casa vecchia, nel punto solito, pianeggiante e
largo una cinquantina di centimetri, davanti al portone
d’ingresso.
Primo a scendere fu Enzo e, a seguire, Ivo e Peppino,
mentre gli altri, vista… vista la sorte capitata ai compagni,
restarono su, anche se non impiegarono molto a capire
che a quella neanche loro sarebbero potuti sfuggire.
«Giù!» ingiunse il temuto appuntato dei carabinieri
Malizia.
«Giù!» rincarò Luca Caponi, che era andato a
chiamarlo.
«Giù!» dissero il padre di Siro e la madre di Albino; i
quali, in silenzio, immobili, anziché correre in soccorso dei

 figli, guardavano su, attendendo che il castigo colpisse
anche gli altri tre, prossimi ad arrendersi. Cherubino,
infatti, già aveva posato un piede sullo zippo più alto e
l’altro su quello seguente; e in tale posizione indugiò una
manciata di secondi, prima di… di andare a scivolare sul
liquame versato alla base della scala. Mogi mogi si
calarono giù anche Siro e Albino.
Conciati com’erano, dalla testa ai piedi, pieni di vergo-
gna e con il morale a pezzi, Cherubino avanti e, a seguire,
Albino, Siro, Peppino, Ivo e Enzo, furono costretti a prendere

la scorciatoia e a sfilare davanti a Luca Caponi e alla
moglie, uscita fuori, e rientrata poi in casa da sola, perché
il marito ancora un po’ volle accompagnare i colpevoli,
prima di salutare Malizia e gli altri, lasciando nel temuto
appuntato dei carabinieri un interrogativo: chi era stato a
buttare quel liquame? A buttarlo, anche se tenne la
scoper-ta per sé facendo credere a tutti di avere
architettata lui quella punizione, non poteva essere altri
che il suo ex collega, spinto all’esasperazione da quei
“delinquentelli”.
I quali non si fecero più vedere nella casa vecchia,
venduta, ironia della sorte, a Luca Piconi da Aldo
Desiderato, che aveva bisogno di soldi, per sopraelevare
la casa in cui, lui e il figlio Enzo e il resto della famiglia,
ancora in crescita, stavano stretti.
Il giorno che il generale ne entrò in possesso si fece
cucinare dalla moglie fagioli in umido con cotiche di
maiale, dei quali andava matto; e ne mangiò in
abbondanza, prima di appartarsi nella casa vecchia e
smaltire la pesantezza di stomaco giù, dove i
“delinquentelli” erano soliti giocare a carte e ridere e
scherzare, facendogli rodere il fegato.

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